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Mario Mazzoleni: «Dal fischietto all’arte, la mia vita guidata dall’etica»

Dalla Serie A alle gallerie d’arte: il racconto personale dell’ex arbitro, oggi imprenditore e gallerista, tra sacrifici, famiglia, etica e nuovi progetti

MASSIMILIANO SPINELLA

Dal fischietto sui campi di Serie A al silenzio di una galleria d’arte. Quella di Mario Mazzoleni è una storia costruita sulla passione, sulla disciplina e sulla capacità di ricominciare.

Ex arbitro di calcio e oggi affermato gallerista, Mazzoleni racconta il bambino che arbitrava le partite all’oratorio, le emozioni vissute accanto ai grandi campioni, il difficile momento dell’addio al calcio e il ritorno all’attività di famiglia.

Un percorso personale e professionale nel quale ricorrono parole precise: sacrificio, determinazione, correttezza e rispetto.

Mario Mazzoleni, quando ripensa al ragazzo che prese in mano per la prima volta il fischietto, cosa è rimasto ancora oggi di lui?

È rimasto moltissimo, perché la mia è una storia che nasce da bambino. Per me l’arbitraggio è stato qualcosa di innato. Quando avevo otto, dieci o dodici anni e andavo al campetto dell’oratorio con gli amici, la figura che mi affascinava maggiormente era quella dell’arbitro.

Mi ero costruito da solo i cartellini giallo e rosso e andavo al campo soprattutto per arbitrare le partite, anche quelle dei più grandi. Il sabato pomeriggio arbitravo perfino gli adulti. Era qualcosa che sentivo profondamente dentro di me.

Arrivare ad arbitrare in Serie A ha rappresentato il coronamento di quel sogno?

Certamente. La piramide arbitrale è composta da decine di migliaia di persone e per arrivare in alto servono bravura, fortuna e una serie di fattori che devono combinarsi.

È il coronamento di un sogno costruito attraverso tantissimi sacrifici. L’arbitraggio è innanzitutto solitudine: durante le partite, negli spogliatoi e negli allenamenti settimanali.

Il mio esordio in Serie A fu allo stadio Granillo, in Reggina-Livorno. Ricordo ancora la salita verso il terreno di gioco e tutti i sacrifici compiuti lungo un percorso uguale per tutti: dalle categorie giovanili a quelle provinciali, poi la Serie C e infine la Serie A.

Da bambino dicevo ai miei compagni che un giorno sarei arrivato in Serie A. È una promessa che ho mantenuto.

Qual è l’emozione più bella che il calcio le ha regalato?

La possibilità, da appassionato di calcio, di vedere da vicino grandissimi campioni.

Ricordo la prima volta in cui arbitrai la Juventus. Uscendo dallo spogliatoio trovai le squadre schierate nel tunnel: era la Juventus di Capello, con Ibrahimović, Del Piero, Thuram, Cannavaro, Trezeguet e Buffon.

Per un trentenne amante del calcio sono istanti indimenticabili. Ricordo anche la prima volta a San Siro, quando mi affacciai sul terreno di gioco con la musica dell’Inter e sessantacinquemila persone sugli spalti. Sono emozioni che restano per tutta la vita.

Quanto l’arbitraggio ha formato il suo carattere?

Tantissimo. L’arbitraggio è una scuola e una palestra di vita che consiglierei soprattutto ai giovani.

L’arbitro deve vedere, pensare pochissimo e decidere istintivamente. Questo insegna a non perdersi in troppi fronzoli, a essere immediati e responsabili.

Mi ha aiutato anche nell’imprenditoria e in tante situazioni della vita. Ti abitua a valutare le persone dai loro atteggiamenti, a prevenire determinate situazioni e a costruire un rapporto di fiducia con i collaboratori.

Se potesse tornare per un solo giorno in campo, quale momento sceglierebbe?

L’ingresso in campo. Ancora oggi, quando vado a vedere una partita, il momento più emozionante è quello in cui l’arbitro, con il pallone in mano e le squadre alle spalle, varca la soglia del terreno di gioco.

Mi manca l’intesa con gli assistenti, lo sguardo e le battute prima della partita. Ai miei tempi non c’era il VAR e potevo affidarmi soltanto a loro. Cercavo quindi di costruire il massimo affiatamento possibile.

Qual è il suo giudizio sul VAR?

È uno strumento straordinariamente utile perché riduce il numero degli errori e migliora la prestazione arbitrale.

Se utilizzato troppo, però, rischia di diventare invasivo e dannoso. Preferisco un impiego limitato alle situazioni davvero difficili e complesse.

Sono assolutamente favorevole al VAR e credo che nessun arbitro possa essere realmente contrario. Se lo avessi avuto, avrei certamente evitato alcuni errori.

Il passaggio dal calcio all’arte è stato un nuovo inizio oppure un ritorno a casa?

È stato un ritorno a casa, perché il lavoro di gallerista non si era mai interrotto.

Inaugurai la galleria di Bergamo quando ero ancora arbitro e, parallelamente alla carriera sportiva, portavo avanti il lavoro di famiglia. Prima c’era mio nonno, poi mio padre.

Mio padre morì poche settimane prima del mio esordio in Serie A, ma io ho continuato quel percorso. Quando ho smesso di arbitrare ho semplicemente inserito la quarta e le gallerie sono cresciute fino ad arrivare alle cinque sedi attuali.

Qual è il suo primo ricordo d’infanzia legato all’arte?

Dico spesso di essere cresciuto con i quadri sotto il letto e, nel mio caso, non è una battuta.

Ricordo pacchi di serigrafie, grafiche e stampe antiche sistemati sotto il letto e divisi per periodo storico e tipologia: battaglie, nature morte e altri soggetti.

Proveniamo dall’antiquariato: mio nonno e mio padre se ne occupavano prevalentemente. Io, una ventina di anni fa, ho virato verso il contemporaneo, intuendo il calo che avrebbe colpito l’antiquariato.

Il ricordo più forte della mia infanzia è proprio la quantità di quadri e grafiche che avevamo in casa.

Che bambino era Mario Mazzoleni?

Ero molto vivace. A scuola dicevano che ero bravo, ma vivacissimo.

Ero soprattutto molto determinato e indipendente, forse più grande della mia età. Mi piaceva rapportarmi con persone adulte.

A tredici o quattordici anni arbitravo già partite di uomini di trenta, quaranta e cinquant’anni all’oratorio. Mi pagavano e con quei soldi compravo ciò che mi serviva. Questa indipendenza mi ha accompagnato sempre.

Quanto deve alla sua famiglia l’uomo che è diventato?

La famiglia è fondamentale. Da adulti siamo il riflesso di ciò che siamo stati da piccoli e di quello che ci hanno insegnato.

Dai miei genitori ho ricevuto il rispetto delle regole, un codice etico e un senso molto forte della correttezza.

Erano severi e mi hanno aiutato a diventare una persona esigente, precisa e corretta.

Mio padre ha seguito praticamente tutte le mie partite, dalle categorie dilettantistiche alla Serie C, senza perderne una. Purtroppo non fece in tempo a vedere il mio esordio in Serie A. Era una persona che credeva moltissimo in me.

La fine della carriera arbitrale è stata il momento più difficile della sua vita?

Probabilmente sì. La mia uscita dall’arbitraggio avvenne in una situazione piuttosto burrascosa.

Ritenevo di essere stato penalizzato da un designatore che non condivideva il mio modo di arbitrare e pensavo di poter restare più a lungo.

Quando termina improvvisamente un’attività sportiva che porta notorietà e molti benefici, si rischia una crisi profonda.

Io reagii buttandomi nel lavoro. Aprii nello stesso anno una galleria in Sardegna, quella che ancora oggi ho al Forte Village, e successivamente uno spazio a Miami, dove vissi per un periodo.

Non diedi alla mia mente il tempo di concentrarsi sulle cose negative. Affrontai il momento più critico con grande determinazione.

Oggi cosa deve avere un’opera d’arte per riuscire a colpirla?

Deve esserci qualcosa di forse inspiegabile: deve colpirmi, affascinarmi e farmi pensare a qualcosa di bello.

Tendo a escludere le opere che trasmettono pensieri negativi o legati a situazioni sociopolitiche.

Mi piacciono gli artisti che sanno dipingere e credo che l’etica nell’arte sia fondamentale. Negli ultimi anni vedo troppa improvvisazione.

Un artista deve avere solide capacità tecniche. Poi può anche intraprendere un percorso concettuale, come hanno fatto Fontana o Manzoni, ma partendo da fondamenta indiscutibili.

Oggi, invece, molti partono dal concettualismo perché non sanno disegnare. Questo crea confusione nel mercato e rende difficile per il collezionista capire cosa acquistare.

Qual è la parte più bella del suo lavoro di gallerista?

Vivere gli studi degli artisti. Non mi interessa soltanto ricevere l’opera finita, ma confrontarmi con loro e partecipare al processo creativo.

Ho rapporti personali, prima ancora che professionali, con artisti come Vitaliano Marchetto, Rebuszi e Rabarama.

Credo che il rapporto umano sia decisivo. In un momento di crisi dell’arte bisogna offrire qualcosa in più, e quel qualcosa si trova nella lealtà, nel confronto e nella profondità dei rapporti.

Dove si sente maggiormente se stesso: nello stadio pieno o nel silenzio davanti a un’opera d’arte?

Sinceramente, davanti a un’opera d’arte.

Lo stadio resta un ricordo bellissimo, ma dal punto di vista umano preferisco la visita a un grande museo. Tra una partita di calcio e un museo sceglierei ancora il museo.

Questo non significa rinnegare lo sport o il divertimento: vanno bene lo stadio, i concerti e perfino la discoteca, ma bisogna avere fondamenta solide. Poi si può costruire tutto il resto.

Quali sono oggi le sue gallerie?

La prima è quella di Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo, nello storico Palazzo Barzizza, un edificio del Seicento con spazi a volta.

Poi ci sono due gallerie nel centro di Bergamo. La più recente è un grande concept store su tre piani, quasi quattrocento metri quadrati per piano, con uffici, una profumeria di nicchia e una cravatteria Marinella.

Non è una galleria classica, ma uno spazio innovativo.

C’è poi la galleria di Roma, in via Vittoria Colonna, e la sede estiva al Forte Village in Sardegna, presente da ventuno anni. In totale gli spazi sono cinque.

Ha in progetto nuove aperture all’estero?

Più che Miami, avevamo lavorato seriamente sull’ipotesi Dubai.

La situazione sociopolitica dell’ultimo anno ci ha portato a mettere temporaneamente da parte il progetto.

Rimane però uno dei miei obiettivi: mi piacerebbe molto aprire una filiale in quei Paesi, soprattutto a Dubai.

Qual è il sogno professionale e personale che non vuole abbandonare?

Continuare a crescere. Sono ambizioso e ogni anno mi dico che dovrei rallentare, lavorare meno e godermi maggiormente la vita, ma quando arrivano nuove opportunità non riesco a dire di no.

Un sogno che è già in parte realtà è portare avanti la dinastia dei galleristi Mazzoleni.

Mia figlia Alessandra, a ventiquattro anni, gestisce la galleria di Roma. A ventun anni ha preso una valigia, si è trasferita nella capitale e da tre anni dirige quello spazio.

Sarebbe la quarta generazione. Mi rispecchio molto in lei e so quanto sia difficile essere imprenditrice così giovane, soprattutto nel mondo dell’arte.

Come vorrebbe essere ricordato, al di là del calcio e dell’arte?

Come una persona estremamente seria e corretta.

Tengo moltissimo all’etica e mi preoccupa che qualcuno possa parlare male di me. Cerco di comportarmi bene in ogni situazione, anche dal punto di vista economico.

Sono preciso, non lascio un euro in sospeso con un artista e pretendo molto da chi collabora con le mie gallerie, offrendo però lo stesso rispetto e riconoscimento.

Vorrei che chi entra nei miei spazi trovasse persone ospitali, gentili e soprattutto corrette. La correttezza è la cosa a cui tengo di più.

C’è un progetto imminente a Roma?

Stiamo organizzando un grande evento in via Veneto con Lodola, dopo quello realizzato con Rabarama.

Il progetto prevede dodici sculture luminose alte quattro metri dedicate alla Dolce Vita, con riferimenti a Mastroianni, Sophia Loren e ad altri grandi protagonisti di quella stagione.

Sarà un evento importante, capace di mettere insieme arte, cinema e memoria.

La storia di Mario Mazzoleni dimostra come mondi apparentemente lontani possano essere uniti dagli stessi valori.

Sul campo di calcio, come davanti a un’opera d’arte, restano centrali la capacità di osservare, la responsabilità delle scelte e il rispetto delle persone.

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